Separazione delle carriere, riportiamo l’articolo di Filippo Facci

Riportiamo di seguito un articolo del giornalista e scrittore Filippo Facci nel quale è presente un riferimento alla nostra campagna di raccolta firme.

L’Ufficio stampa Ucpi

da Libero.it del 03.06.2017

di Filippo Facci

La Giustizia è il problema di questo Paese. Non è uno dei problemi: è «il» problema che li racchiude tutti, perché è un freno allo sviluppo imprenditoriale e all’attrazione di capitali esteri. È questa la Giustizia che interessa agli indicatori internazionali, non quella intrisa di malanimo sociale di cui vedete cianciare nei talkshow; è questa la zavorra che blocca un Paese in cui, negli ultimi venticinque anni, è cambiato semplicemente tutto tranne la Giustizia e la corresponsabilità della magistratura in questo sfascio: toghe che si atteggiano a vittime del problema e invece ne sono parte. I dati di Bankitalia, che oggi rilanciamo, sono noti a tutti gli osservatori internazionali, ma il parolaio italiano tende ormai a liquidarli come «ritardi della giustizia» quasi che fossero un destino fisiologico, un rumore ambientale, e non un carico che pesa – anche – sulle spalle di esseri umani che rappresentano l’ultima vera casta della Prima Repubblica.

I dati dicono che la produttività dei tribunali nei procedimenti civili è calata dal 2014 al 2016 in tutto il territorio nazionale (la produttività è data dal rapporto tra il numero di procedimenti definiti e i giudici che se ne occupano) e spiegano che, tanto per cambiare, al Sud va nettamente peggio che al Centro Nord. Non solo: dicono che «i divari non dipendono da carenze di organico dei giudici e del personale amministrativo» (non fosse chiaro) e che questo «potrebbe dipendere da aspetti organizzativi», che è un modo gentile per dire che qualcuno lavora poco. Ma guai a dirlo. Ricorderete tutta la lagna perché il governo Renzi cercò di limitare l’unico primato occidentale della nostra magistratura: quello delle ferie. Beh, alla fine ci sono riusciti con complicati magheggi procedurali: le fierie sono più o meno quelle di prima. Anche perché molti lavorano semplicemente quanto vogliono: nessuno li controlla, non timbrano un cartellino, possono lavorare anche da casa.

Poi ci sono dei fatti notori a tutti gli addetti ai lavori: tipo i corridoi dei tribunali già deserti il venerdì, le pause dopopranzo alla messicana, le assenze che coincidono spesso con le feste scolastiche, l’avvertenza che il dottore «oggi non c’è» oppure appunto «lavora a casa» o ancora «non è venuto», punto. Senza contare la chiusura estiva dei tribunali (che è una chiusura, non prendiamoci in giro: e infatti la maggioranza degli avvocati è costretta a prendere le ferie nello stesso periodo) che non esiste in nessun altro Paese serio al mondo. Sono problemi, questi? Non sia mai: la solita Associazione magistrati (che in pratica è la Cgil delle toghe) ogni volta provvede a puntualizzare che tutto quel che riguarda i magistrati è sempre sbagliato, anzi è sempre un problema di «risorse» e di «organici», poi certo, di «leggi» e loro interpretazione. La Fondazione Einaudi aveva già evidenziato che non solo l’Italia, sulla giustizia, si classifica in una posizione nettamente inferiore rispetto a Francia, Germania, Spagna e Regno Unito: ma pure che – rispetto agli altri Paesi – non è nemmeno riuscita a difendere la sua posizione, passando dal 39° posto del 2012 al 42° del 2015.

Altri dati (The European House-Ambrosetti) hanno spiegato che ogni anno perdiamo l’1,3% del Pil a causa della malagiustizia: fanno 22 miliardi di euro. Anche Mario Draghi ha riconosciuto che il Paese ha smesso di crescere anche per la lentezza della giustizia civile: «La durata dei processi ordinari di primo grado supera i mille giorni e colloca l’Italia al 157esimo posto su 183 nelle graduatorie stilate dalla Banca Mondiale», disse da governatore della Banca d’Italia. Traduzione: è arduo che una banca possa finanziare una piccola azienda – magari poco conosciuta, come tutte le piccole aziende – senza una un sistema giudiziario che dia affidamento e che garantisca sentenze in tempi ragionevoli. Del resto negli anni Ottanta, secondo l’Istat, una procedura fallimentare durava in media quattro anni, ora dura più di nove.

Problema di risorse, dicono i magistrati, come no: ma a parte che le toghe italiane hanno stipendi tra i più alti del mondo (qualcuno dice i i più alti), lo Stato italiano per la giustizia spende circa 70 euro per abitante (dati del Consiglio d’Europa) quando la Francia ne spende 58 a parità di giudici e cancellieri. Gli addetti ai lavori queste cose le sanno tutte, politici compresi: ma non c’è governo – anche perché i governi sono sempre d’emergenza, per definizione – che non giudichi la questione strutturale della giustizia come troppo rognosa per affrontarla come meriterebbe. E poi porta male: la giustizia i governi li fa cadere, altroché.

Per il resto ci siamo abituati a considerare la giustizia come una variante del palinsesto mediatico: si è adeguata ai tempi che corrono, spettacolarizzata, la celebrità di un caso aumenta gli sforzi per risolverlo (a discapito di altri) e le indagini con rilevanza mediatica sfociano spesso in pene sproporzionate. Da qualche mese le Camere Penali raccolgono firme per introdurre una vera separazione delle carriere dei magistrati: ci fosse un giornale che lo scrive. Anche il centrodestra ormai è fermo: Silvio Berlusconi ha cercato di cambiare le cose, ma l’ha fatto male – sicuramente – e l’ha fatto per ragioni prima personali e solo dopo pubbliche, ma almeno ci ha provato. Mentre il Pd, per lustri interi, ha finto che i problemi della giustizia fossero il falso in bilancio e il conflitto d’interessi di Berlusconi: difendendo anche la magistratura più indifendibile pur di non regalare vittorie all’avversario. I governi Renzi e Gentiloni sull’intoccabile Giustizia non hanno voluto grane (al solito) e il fiato su collo dei pitecantropi grillini, a oggi, contribuisce a una politica che sulla giustizia fa il pesce in barile: come se la definitiva affermazione del populismo penale, in Italia, fosse un mero accidente atmosferico, anzi, una colpa della «casta» che peraltro ha nella magistratura la sua vera e fossilizzata regina. Ma non l’hanno capito, i grillini. Trent’anni che ne parliamo, e ora vogliono candidare Davigo.
@FilippoFacci1

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